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Sinistra e legalità

7 gennaio 2019 - di Luca Ricolfi

Politica

Vedremo come andrà a finire il braccio di ferro tra il ministro Salvini e i sindaci ribelli, che non intendono attenersi al decreto sicurezza perché lo ritengono “criminogeno”, “inumano”, “incostituzionale”, qualcuno arriva persino a dire “razzista”. Vedremo, soprattutto, se la Corte Costituzionale, investita della questione, individuerà qualche profilo di incostituzionalità.

Quel che possiamo osservare fin da ora, invece, è come le forze politiche si stanno posizionando. Qui, in barba alla presunta scomparsa della distinzione fra destra e sinistra, le cose sono piuttosto chiare. Forza Italia e Fratelli d’Italia difendono il decreto sicurezza e il principio secondo cui le leggi si rispettano anche se non le si condivide. La sinistra, per quel che è dato capire fin qui, pare schierata piuttosto compattamente a fianco dei sindaci ribelli, e in qualche caso torna persino ad agitare il dovere della “disobbedienza civile”.

Non mi sembra un segnale particolarmente incoraggiante per il futuro, non solo in vista delle elezioni Europee, ma più in generale per il processo di ricostruzione della sinistra stessa, faticosamente avviato dopo la catastrofe del 4 marzo. L’atteggiamento assunto in questi giorni da tanti esponenti della sinistra, infatti, non fa che reiterare, portandolo alle estreme conseguenze, l’errore politico di fondo che l’ha condotta alla sconfitta, consegnando il paese alle forze populiste.

In che cosa consiste tale errore?

L’errore è di trattare un problema politico cruciale, quello della gestione dei flussi migratori, come se si trattasse di un problema morale, ovvero di una scelta etica: da una parte il bene, fatto di apertura, accoglienza, integrazione, dall’altra il male, fatto di chiusura, ostilità, intolleranza per il diverso. Senza rendersi conto che, per sua natura, la politica è chiamata a scegliere fra soluzioni diverse, ciascuna con i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza, e non fra il Bene assoluto e il Male assoluto. Se accettasse la prima prospettiva, pragmatica anziché etica, non le sarebbe difficile riconoscere che sia il decreto sicurezza sia le politiche precedenti, basate sull’accoglienza, hanno enormi limiti, e che nessuna delle due è la soluzione perfetta, se non altro perché entrambe sono basate su un mix di misure di segno opposto, alcune delle quali incentivano l’irregolarità, mentre altre la disincentivano. Continuare con l’accoglienza indiscriminata avrebbe moltiplicato l’esercito degli irregolari senza permesso, bloccare o ostacolare i percorsi di integrazione di chi è già arrivato produrrà a sua volta nuova irregolarità.

Quanto sia pericoloso il registro manicheo con cui, da sinistra, si discute di immigrazione, è divenuto particolarmente evidente in questi giorni, quando il legittimo (e in gran parte condivisibile) scetticismo sulle conseguenze effettive del decreto sicurezza ha condotto a invocare la sua disapplicazione o inosservanza. Qui l’impostazione etica del discorso politico arriva a dare la peggiore prova di sé: si è talmente certi del valore morale delle proprie convinzioni, che ci si sente autorizzati a non rispettare la legge. Come se una sinistra moderna potesse scendere in piazza a difesa della legalità in certi casi, e al tempo stesso invitare a disobbedire alla legge in altri casi, naturalmente a proprio insindacabile giudizio. Come se la condizione del cittadino italiano oggi fosse quella di un perseguitato da un potere politico dittatoriale, e non semplicemente quella di un cittadino che disapprova una legge dello Stato, regolarmente votata dal Parlamento e promulgata dal Presidente della Repubblica. A tanto conduce, purtroppo, la confusione fra il piano politico, delle decisioni collettive, e il piano etico, della coscienza individuale.

Né vale ricordare che, anche nel nostro ordinamento, in caso di leggi votate dal Parlamento ma di dubbia costituzionalità, esistono vari meccanismi di “sospensione cautelare della legge”. Tali meccanismi, infatti, possono essere messi in moto solo dai giudici, non certo dai comuni cittadini o dagli amministratori locali, quale che sia il loro rango: un punto di cui pochi, a sinistra, sembrano consapevoli. Fra essi vale la pena ricordare la voce di un altro primo cittadino, il sindaco Pd di Montepulciano, che a proposito del decreto sicurezza, che non condivide e di cui denuncia gli “effetti nefasti”, ha avuto la correttezza di aggiungere: “si tratta di una legge dello Stato che un Sindaco non può non rispettare: anche questo è un principio fondamentale del nostro ordinamento, al quale non si può derogare se non immaginando scenari da repubblica delle banane”.

Temo che, nel Pd che Zingaretti si accinge a riorganizzare, gli Andrea Rossi siano destinati a restare una minoranza. Un vero peccato, perché la loro assenza non fa che ritardare la nascita di una sinistra moderna, capace di pensare sé stessa semplicemente come portatrice di un progetto politico progressista, anziché come l’incarnazione del Bene o, peggio, come la rappresentante esclusiva della “parte migliore del Paese”.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 5 gennaio 2019
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Luca Ricolfi
Luca Ricolfi
Torino, 04 maggio 1950 Sociologo, insegna Analisi dei dati presso l'Università di Torino.
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