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Proteggere lo stile di vita europeo?

16 settembre 2019 - di Luca Ricolfi

Politica

Ha suscitato sentimenti diversi, dalla semplice curiosità all’indignazione, il fatto che uno degli otto vicepresidenti della Commissione Europea, il greco Margaritis Schinas, sia stato nominato «Commissario per la Protezione dello stile di vita europeo».

A qualcuno è sembrato curioso che, con tutti i problemi urgenti e concreti che ha l’Europa, occorra addirittura un Commissario per proteggere il nostro stile di vita, quasi fossimo una colonia di castori in estinzione, che rischia di smarrire la capacità di costruire tane, dighe e laghetti artificiali.

Poi però si è capito: il nuovo Commissario dovrà occuparsi soprattutto di immigrazione. Dunque, ragionano alcuni, sono gli immigrati la minaccia da cui dobbiamo essere protetti. Di qui il passaggio all’indignazione è immediato, nel clima di oggi. Su tutte spicca la reazione di Amnesty International che, dopo aver notato che “le persone che hanno migrato hanno contribuito allo stile di vita dell’Europa nel corso della sua storia”, perentoriamente ci ricorda che “lo stile di vita europeo che l’Ue deve proteggere è quello che rispetta la dignità umana e i diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto”.

Anche la presidente Ursula von der Leyen, che quell’incarico ha concepito e assegnato, accusa un certo imbarazzo, e gioca sulla difensiva: “Il nostro stile di vita europeo sostiene i valori e la bellezza della dignità di ogni singolo essere umano”.

Qual è il problema, dunque?

Il problema sta nel programma politico della von der Leyen, e nel non detto della (apparentemente) strana associazione fra migranti e protezione dello stile di vita europeo. A giudicare da quanto scritto e dichiarato fin qui, gli obiettivi finali della nuova politica migratoria europea sono tre: (a) accogliere chi ha diritto allo status di rifugiato; (b) rimpatriare chi non ha diritto ed entra illegalmente in Europa; (c) selezionare i migranti economici in base alle esigenze e alle disponibilità di posti degli stati europei (un modello molto elogiato quando a praticarlo è il Canada, ma guardato con sospetto se a ipotizzarlo è l’Unione Europea).

Alla base di questo “vasto programma”, tuttavia, non c’è solo l’idea (di puro buon senso) che in Europa si debba entrare solo legalmente. A mio parere c’è anche l’idea che, alla lunga, ingressi massicci e incontrollati (come quelli dell’era pre-Minniti) mettano a rischio il nostro modo di vivere, ossia abitudini, costumi, tradizioni, regole di comportamento che la maggior parte dei cittadini europei preferirebbe conservare, e che una parte non trascurabile dei migranti invece non sa o non vuole rispettare. Non penso solo al tasso di criminalità (che fra gli stranieri è oltre il quadruplo che fra i nativi), o alla formazione nelle città di enclaves etniche impenetrabili, ma più in generale alla condizione delle donne (mogli e figlie) in diverse famiglie di religione islamica. Fra i valori che la stragrande maggioranza degli europei preferirebbe vedere tutelati vi sono anche cose come la separazione fra credo religioso e politica, o il rispetto della libertà (e del corpo) della donna, due cose che nei virtuosi elenchi di “veri” valori europei vengono stranamente ignorate.

Ecco perché la levata di scudi contro Ursula von der Leyen lascia perplessi. Si può essere contro i confini, volere l’accoglienza erga omnes, e pensare che i migranti siano sempre una risorsa e un’opportunità per l’Europa. Si può pensare che i contatti e le ibridazioni fra culture siano fondamentalmente un arricchimento per tutti, e che l’Europa possa soddisfare senza limiti la domanda di approdo sulle nostre coste che proviene dall’Africa e dal Medio Oriente. Si può persino pensare che un tasso di criminalità degli stranieri molto più alto di quello dei nativi sia tollerabile, o sia solo l’effetto degli ostacoli che gli Stati europei frappongono all’immigrazione irregolare.

Ma si dovrebbe anche rispettare chi è di diversa opinione, e pensa che un’Europa in cui africani e islamici fossero in maggioranza (un evento che, a politiche invariate, richiede pochi decenni) sarebbe meno vivibile di quella di oggi. O chi pensa che una comunità politica abbia tutto il diritto di decidere chi ammettere a farne parte e chi no. Bollare come razzisti, fascisti, reazionari tutti coloro che non aderiscono all’ideologia dell’accoglienza indiscriminata è profondamente incivile, e in patente contraddizione con i valori europei di tolleranza, apertura e dialogo.

E’ paradossale. Per anni i governanti europei sono stati accusati di ignorare le preoccupazioni e i sentimenti dei comuni cittadini. L’ascesa del populismo è stata (giustamente) ricondotta a questa sordità dell’establishment europeo, incapace di cogliere la domanda di protezione, non solo economica, che veniva dalla gente. Ed ora che quella medesima domanda mostra di ricevere qualche ascolto, al punto da istituire un Commissario che se ne occupi, anziché prenderne atto con soddisfazione, non si trova di meglio che mettere alla sbarra Ursula von der Leyen, ossia il primo governante europeo che mostra di non ignorarla.

Stranezze della politica. O forse sarebbe meglio dire: ambiguità e debolezze degli europeisti doc. Per i quali l’Europa non andava bene prima, perché troppo lontana dalla gente, ma va ancora meno bene adesso, perché ha scelto di ascoltare la gente sbagliata.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 14 settembre 2019
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Luca Ricolfi
Luca Ricolfi
Torino, 04 maggio 1950 Sociologo, insegna Analisi dei dati presso l'Università di Torino.
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