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Il caso Savona: tutti perdenti

30 maggio 2018 - di Paolo Natale

Politica

Come molti sapranno, nella teoria dei giochi, citata peraltro dallo stesso Paolo Savona, esiste una soluzione chiamata “gioco a somma zero”, la situazione cioè in cui guadagni e perdite sono equamente bilanciati tra i giocatori, dove quindi alla vittoria di un partecipante corrisponde una equivalente sconfitta di un altro partecipante. Bene, nella controversa questione Quirinale-Savona, non si è certo verificata la soluzione a somma zero, poiché alla fine i partecipanti sono tutti risultati perdenti, in maggior o minor misura.

La situazione che si è creata qualche giorno fa è stata invece più simile all’altrettanto famoso “dilemma del prigioniero”, dove un comportamento razionale per ogni individuo genera invece il maggior danno collettivo, per tutti i partecipanti, e dove invece la soluzione migliore è quella della cooperazione, che si ottiene soltanto fidandosi l’uno dell’altro.

Ma si sa che la fiducia reciproca nel nostro paese è ormai diventata, a torto o a ragione, merce rara. Sicché, l’intento di massimizzare i profitti personali, per ciascuno dei soggetti che partecipavano a questa specie di gioco di società, non ha fatto che provocare una sconfitta generalizzata di tutti. Passiamo allora brevemente in rassegna le scelte dei diversi protagonisti e le conseguenze di tali scelte.

Sergio Mattarella. Ha trascorso lunghi giorni a tergiversare, in nome dell’auspicato varo di un governo, concedendo di fatto tutto il tempo che era possibile concedere prima a Di Maio, con la sua logica dei due forni, poi al duo Di Maio-Salvini, che dovevano costruire un programma di governo per sottoporlo al vaglio dei proprio iscritti-elettori, proporre un premier che stilasse una lista di ministri da sottoporre al capo dello stato. Al termine di tutte queste concessioni, decide di non accettare la candidatura di Paolo Savona, con il motivo che questi non era sufficientemente europeista. Come se il ministro dell’economia, da solo, potesse decidere le politiche di un governo che comunque non era certo pervaso da intenzioni molto benevoli nei confronti dell’europa. Con lui o con un altro, sarebbe cambiato realmente qualcosa nell’atteggiamento e nel successivo comportamento dell’esecutivo giallo-verde? Difficile. E quindi, che senso ha rifiutare Savona, per rimandare di fatto il paese alle urne e riproporre, tra qualche mese, la stessa situazione attuale? Mistero.

Luigi Di Maio. La citata politica dei due forni ha scontentato, alternativamente, il suo elettorato più vicino alla destra e quello più vicino alla sinistra. L’idea di voler formare un esecutivo con chicchessia lo ha reso piuttosto vulnerabile, e dipendente dalle scelte di ciascuno dei possibili partner di governo. Prima rifiuta Renzi come possibile interlocutore, poi cerca un’intesa con il Pd, che viene rifiutata dallo stesso Renzi. Cerca un’alleanza con il centro-destra, ma esclude Berlusconi nella possibile trattativa. Infine, sottoscrive un patto con Salvini, che però gli impone Savona, senza possibilità di sostituzione. Blindato. La sua volontà di cimentarsi finalmente con il governo nazionale viene tarpata, nonostante tutti i suoi sforzi. E cosa otterrà? Una possibile riduzione del consenso elettorale, che già si sta manifestando nelle intenzioni di voto di questi giorni, avendo scontentato molti dei suoi precedenti votanti. Quando si tornerà al voto, la distanza tra il M5s e la Lega sarà molto più ridotta dell’attuale, e dovrà subire ancor più, se volesse ritentare un governo con Salvini, i condizionamenti del segretario leghista. E con Di Battista che potrebbe farsi avanti per sostituirlo.

Matteo Salvini. Anch’egli piuttosto ondivago nella sua scelta di andare al governo con o senza il resto del centro-destra. Cerca di convincere Di Maio ad accettare la presenza di Berlusconi, o almeno della Meloni, senza trovare né l’una né l’altra strada. Lo stesso Berlusconi gli concede alla fine il suo beneplacito, rischiando però di affossare la coalizione. Dopo tanti tentativi si trova finalmente in grado di sottoscrivere un patto con Di Maio, per un “governo di cambiamento”. Gli sforzi lo portano quasi in dirittura d’arrivo, ma la sua insistenza sulla persona di Savona, della quale non è chiarissimo il motivo, fa precipitare tutto al punto di partenza. Al voto! Tra tutti, è quello che avrà alla fine il minor svantaggio relativo, visto che alle prossime elezioni avrà un incremento di voti probabilmente prossimo al 10%, a scapito però degli altri partiti del centro-destra, se si presenterà ancora con la coalizione. Ma certo, far nascere un governo in cui diventa protagonista avrebbe avuto un riscontro elettorale sicuramente migliore, se quell’esecutivo avesse funzionato. Non solo a parole.

Gli altri partiti. Pd e Forza Italia, nelle nuove consultazioni elettorali, continueranno forse la crisi che li ha investiti negli ultimi anni, non avendo tempo per ricostruire una proposta politica appetibile per la popolazione. Forza Italia diverrà nettamente subalterna alla Lega, il Pd a se stesso di un tempo.

Il paese. Trascorreremo parecchi mesi sostanzialmente immobili, attendendo nuove elezioni che daranno un risultato pressoché simile a quello del 4 marzo. E in autunno assisteremo di nuovo al tentativo di formare un governo tra Lega e Movimento 5 stelle. Stavolta senza Savona, si spera …

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Paolo Natale
Paolo Natale
Milano, 10 luglio 1955 Sociologo. Professore all’Università degli Studi di Milano.
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