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Pensieri estivi

4 settembre 2018 - di Paola Mastrocola

HumanitiesIn primo piano

La nave dell’acqua

M’interrogo spesso sulle navi dell’acqua. Mi succede di solito in agosto, nel resto dell’anno quasi mai. In agosto, su un’isola. Se non sono su un’isola, difficile che mi venga il pensiero.

Le isole dipendono dalla nave dell’acqua. Se la nave non arriva, l’isola resta senz’acqua. D’accordo, è piuttosto ovvio. Ma pensiamoci a fondo. Una nave che trasporta… acqua. Che da qualche parte sulla terraferma si fa riempire le cavità interne di… acqua. Le cavità interne di una nave, il grembo oscuro, l’antro misterioso della balena di Pinocchio. E poi piano piano, piena com’è d’acqua, va… sull’acqua. Percorre quella vastità incommensurabile di acqua che è il mare e va a portare la sua personale dose d’acqua in un posto dove non c’è acqua, e non ci sarebbe mai se lei non arrivasse. Pensiamo cosa dev’essere avere un tale fine, essere programmata per una missione così necessaria e salvifica. Pensiamo a quale consapevolezza di sé, a quale fierezza, pienezza morale, autostima deve possedere una nave dell’acqua.

E osserviamola con attenzione. Strana, particolare. Non assomiglia a nessun’altra nave. La si distingue già da lontano, la si vede arrivare quando è ancora un puntino oblungo all’orizzonte, un trattino sul filo del mare, ed è un tuffo al cuore. Almeno uno di noi a questo punto, ovunque si trovi – a casa, al bar, sotto l’ombrellone, in coda in un negozio (a patto che abbia almeno una vetrata sul porto) – esclama, col sorriso nel cuore:

Arriva la nave dell’acqua!

C’è sempre, in queste esclamazioni estemporanee e istintive, qualcosa di quella purezza disarmata eppur imperiosa, di quel terrore atavico intrattenibile che ha a che fare con la paura di morire, con le difficoltà primitive del vivere, la fame, la sete, la povertà; e anche, quindi, con l’idea di una salvazione, di un’entità metafisica variamente declinata che ci osserva, ci protegge, e in definitiva ci vuole bene. Una nave dell’acqua, appunto.

È bellissima. Lunga, stilosa. La prua è un corpo compatto e ha la forma di ogni prua, più o meno. E la poppa anche, tutto sommato, esce poco dalla norma. Vista da davanti o da dietro, una nave dell’acqua potrebbe assomigliare a una nave qualsiasi. Ma vista di lato no perché poi, nel proseguire del corpo, nella sua parte centrale, si assottiglia e si appiattisce, fa partire una sezione di sé lunghissima e filiforme, come se qualcuno avesse tirato dalla prora e dalla poppa a mo’ di molla e il risultato fosse una specie di corridoio etereo e longilineo, un avvallamento, una piattaforma, che contraddice l’idea stessa di nave dell’acqua così come ci verrebbe da immaginarla: grossa, ingombrante, tonda come il ventre di una donna che porta in sé il suo figlio nascituro. Nave gravida che, invece, nasconde il peso, lo camuffa in una snellezza elegante, dandoci il brivido di un dubbio: ma veramente questa nave avrà dentro di sé dell’acqua, o ci inganna?

E poi, la fermezza. Nel senso dello stare ferma. Una nave dell’acqua non si muove. Sta. Per ore, anche giorni. Ha questa pazienza di arrivare e poi star lì immobile, muta. Sa cosa deve fare, e sa che il prezzo è il tempo, un tempo statico, appagato in sé, dal suo fine. Ormeggia al molo, distende quel suo lungo tubo (di gomma?) che inizia penzolando dalla chiglia, poi affonda un poco in mare, infine subito risorge per connettersi con chissà quali tubazioni ignote, sotterranee, misteriche, collegate a loro volta a chissà quali immense caverne, concavi spazi bui, grotte, magazzini, cantine, container… Come si chiameranno queste cavità capaci di contenere tutto il fabbisogno d’acqua di un’intera isola?

E di lì, l’arrivo alle cisterne. Il mistero delle cisterne! Il lento diramarsi dell’acqua verso le singole cisterne. Ogni casa ne ha una, su un’isola. È il suo bene più prezioso. Il valore di una casa si misura in tonnellate, nella capacità della sua cisterna. Più tonnellate una cisterna contiene, più è capace di fornire acqua e più, nel suo proprietario, si dissolve l’idea di sete, rovina, morte.

Infine, la desertitudine. La nave dell’acqua sembra sempre deserta. Non si vede essere umano. Nessuno si aggira, scruta l’orizzonte, cammina, mangia un panino. Nessuno. Per quanto mi fermi ogni volta a guardare, non ho mai colto alcun movimento o parvenza animata. Neanche un cane, per dire. Lo sterminato ponte, quella piattaforma stirata, è sempre perfettamente vuoto.

Chi c’è sulla nave dell’acqua?

Eppure qualcuno la abita, la governa. Dove si nasconde? E cosa fa? Come si vive su una nave dell’acqua?

Se fossi uno scrittore, m’inventerei una storia.

 

L’aereo dell’acqua

Anche gli aerei, d’estate, portano acqua. Succede quando qualcosa s’incendia, di solito un bosco. Allora noi da riva osserviamo il giallo dei canadair sfiorare il mare, caricare, ripartire verso l’alto e poi scaricare lasciandosi dietro la nuvola bianca e densa dell’acqua, che a pioggia, cadrà a spegnere fiamme che non vediamo. Gli incendi, chissà perché, sono sempre dietro il monte, a lato del promontorio, dopo la curva, oltre la punta: sempre nascosti, lontani, come non volessero farsi sorprendere, come se bruciare fosse una faccenda privata, da consumarsi nell’intimo della propria esistenza.

Sono bocche aperte, i canadair. O meglio, aerei dalla pancia sfondata, che a mo’ di enorme paletta raccolgono l’acqua, la contengono un attimo in sé, per poi subito elargirla.

Ma il bello sono gli aerei, o elicotteri, col cestino. O secchiello. Un piccolo contenitore che tengono appeso e vola sotto di loro, un poco inclinato, sghembo. Un secchio porta acqua, così minuscolo nel cielo, tenuto da un filo o catena, chissà, qualcosa di aereo che lo sospende. E noi lì sotto a fare la nostra vita di turisti, bagnanti, vacanzieri festosi e divertiti: noi a fare il bagno, spalmarci di creme, tuffarci dagli scogli, arroventarci di sole, chiacchierare con gli sconosciuti, sfogliare riviste, addentare focacce, adocchiare bellezze, rincorrere gabbiani, accarezzare cani, litigare con genitori, baciare fidanzati, guidare moto d’acqua, nuotare. Mentre nel cielo questi velivoli pazienti, generosi e umili passano e ripassano sopra le nostre teste ignare, distratte, indifferenti.

Ogni tanto, se ci pare, se ci viene, volgiamo gli occhi in alto e li vediamo, per un attimo, questi aerei che vanno e vengono, dieci volte, venti volte, per ore, metodici, costanti, col loro secchio appeso, ora portandolo pieno, ora riportandolo vuoto. Ogni tanto, se ci permettiamo ancora il piacere di stupirci, ci nasce la domanda: ma come si può spegnere un incendio con un pugno di secchielli d’acqua? E di colpo ci assale la nostalgia di tutte le imprese folli e impossibili.

Come quel bambino in riva al mare che prendeva l’acqua con una conchiglia e piano piano, una conchigliata dopo l’altra, la riversava nella piccola buca appena scavata nella sabbia. Sant’Agostino passava di lì, immerso nei suoi pensieri. Incuriosito, gli chiese: Cosa fai?

Voglio svuotare il mare e trasferirlo nella mia buca.

Fine agosto

Agosto è un mese impegnativo. Forse è lui il più crudele dei mesi. Ci impone di interrompere la nostra vita, che equivale quasi a lasciare il nostro pianeta e avventurarci per i mondi inesplorati e ostili della vacanza: chiudere casa, intraprendere viaggi, vivere altrove, in un tempo limitato, in uno spazio sconosciuto. Tirarsi dietro poca roba stipata in borsoni, zaini, trolley; sottoporsi allo stress dell’acquisto biglietti, all’attesa delle coincidenze, alla noia dei lunghi percorsi, all’eccesso o alla totale assenza di aria condizionata, al rollio dei traghetti, alla folla che si ammassa davanti all’unico ascensore, all’alba, quando il traghetto arriva in porto e ognuno vuol essere il primo a scendere, come se la vacanza non lo aspettasse, partisse in qualche modo anche lei per una sua vacanza, all’interno di sé.

Affittare mezzi estranei, auto, bici, gommoni che non è detto che sapremo guidare; alloggiare in dimore ignote, alberghi, tende, roulotte o case altrui. Le case affittate, per esempio, dove incontriamo la grettezza umana, l’avidità, l’avarizia di chi affitta a caro prezzo (in nero) e lascia a disposizione quattro piatti (solo fondi), cinque o sei posate e una mezza dozzina di bicchieri spaiati, gialli verdi, alti, bassi.

Che tristezza i bicchieri spaiati.

Vacanza è mancanza. In vacanza ci manca tutto: i genitori se siamo figli, i figli se siamo genitori, la casa, i vicini di casa, i libri, anche quelli che abbiamo già letto o non leggeremo mai, i fiori sul balcone, i vestiti che non abbiamo messo in valigia, l’odore di minestra perenne nell’androne (ma chi è che cucina sempre la minestra?), i negozi, il supermercato con la nostra cassiera preferita.

Vacanza è “mancare” a se stessi. Non è vero che in vacanza scopriamo finalmente chi siamo, il nostro vero essere, le infinite possibilità di noi che la vita solita ci preclude. No, in vacanza ci perdiamo. O meglio, perdiamo la parte abituale di noi, di cui sentiamo subito una struggente “mancanza”. Il ritmo fisso che scandisce la nostra giornata, gli impegni di lavoro sempre uguali, l’autobus, il parcheggio sotterraneo. Per esempio il gesto di compilare il voucher del parcheggio grattando con la monetina le ore e mettendo sempre una mezz’ora in più sperando di farla franca. Ci mancano da morire questi gesti minimi. I dialoghi soliti. Per esempio dalla mia amica panettiera, che vende miriadi di pani diversi, a cui chiedo sempre cos’è il lievito madre e se pane ai cereali vuol dire integrale. E lei con pazienza ogni volta mi rispiega tutto.

Vacanza ha in sé, etimologicamente, la parola vuoto. E le nostre vite, così come abbiamo deciso di costruirle, sono piene. Pienissime.

Non siamo ancora pronti per il vuoto.

Settembre è il più consolante dei mesi.

Pubblicato su Il Sole 24 Ore il 2 settembre 2018
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Paola Mastrocola
Paola Mastrocola
Torino, 30 settembre 1956 Laurea in Lettere. Scrittrice.
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