Troisi, quanto ci manchi!

Ho passato buona parte della mia vita professionale all’università, insegnando materie come sociologia e analisi dei dati. E negli ultimi decenni, in innumerevoli occasioni, mi è capitato di osservare, non senza rammarico, e qualche volta con rabbia, certe differenze fra studenti e studentesse. Differenze medie, naturalmente, perché le eccezioni per fortuna non mancano.

In breve: le ragazze si sottovalutano, i ragazzi si sopravvalutano; le ragazze sono poco sicure di sé, i ragazzi spesso lo sono senza averne motivo; le ragazze sono più ligie alle regole, i ragazzi sono più propensi a trasgredirle; le ragazze sono decisamente più affidabili, i ragazzi hanno meno paura di allontanarsi dagli schemi; le ragazze studiano di più e ottengono voti più alti, i ragazzi studiano di meno, ottengono voti più bassi, e più raramente riescono a laurearsi. Se non si è accecati dall’ideologia, queste e analoghe differenze si vedono a occhio nudo (e in diversi casi sono comprovate dalla ricerca empirica).

Avendole osservate per anni, non mi sono minimamente stupito delle affermazioni del prof. Alessandro Barbero, collega del mio medesimo ateneo, che in una intervista ha parlato di “differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi”. Barbero, più esattamente, ha timidamente avanzato l’ipotesi secondo cui alle donne mancherebbero quella “aggressività, spavalderia, e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi”. Ipotesi più che plausibile, e testabile empiricamente (in parte è già stato fatto).

In un mondo normale nessuno si sarebbe scomposto, e l’intervista del prof. Barbero sarebbe stata rapidamente dimenticata, avendo egli espresso un concetto di senso comune.

Da ieri ho la certezza che non viviamo in un mondo normale. Le affermazioni del prof. Barbero, anziché essere considerate sensate ma un po’ banali, sono divenute il bersaglio dei social, di una parte della grande stampa, e persino della Commissione di Vigilanza Rai, che con il suo segretario ha sollecitato la presidentessa della Rai a togliere ogni collaborazione presente e futura al prof. Barbero.

Stendo un velo pietoso sugli esercizi di retorica femminista che hanno imperversato nei giorni scorsi e mi concentro su un punto: che cosa ha scatenato cotanta ira?

Come sociologo, mi sento di avanzare due spiegazioni. La prima è che negli ultimi 10-15 anni la comunicazione pubblica ha abbandonato il principio di Massimo Troisi: “io sono responsabile di quello che dico, non di quel che capisci tu”. La gente reagisce agli stimoli in modo associativo, come il cane di Pavlov di fronte al cibo, o il toro di fronte al drappo rosso. Non si chiede che cosa ha veramente detto un autore, e meno che mai se quel che ha detto è vero. Prende un pezzo del discorso, una parola, una frase, la stacca dal contesto, e su quel brandello proietta i suoi fantasmi, senza alcun rispetto per l’autore che ha espresso un dato pensiero. I pensieri di Barbero non interessano nessuno, se non come micce utili per scatenare la catena dell’indignazione collettiva, che viaggia allegramente su internet, sulla carta stampata e in tv.

Ma c’è anche un secondo motivo per cui le innocenti, e in alcuni passaggi assai femministe, affermazioni di Barbero hanno scatenato l’iradiddio. Oscuramente e confusamente, in esse gli indignati e le indignate hanno visto il rischio di una incrinatura, di una sottile crepa, nel racconto ufficiale e politicamente corretto sulla condizione della donna.

Se noti che per fare carriera è utile un alto grado di fiducia in sé stessi, e al tempo stesso che molte donne ne difettano, può sorgere il sospetto che le carriere delle donne non siano minacciate solo da arbitri e discriminazioni perpetrate dai maschi, ma anche da caratteristiche psicologiche delle donne stesse. In breve: il racconto ufficiale, per lo più costruito nel registro vittimistico, perde una parte della sua forza, perché indica anche un lavoro che le donne devono fare su sé stesse, e non solo un lavoro che devono fare contro i maschi.

Così, se ti azzardi a dire che fra maschi e femmine ci sono “differenze strutturali” (qualsiasi cosa questa oscura espressione significhi), indignati ed indignate vedranno in questa affermazione una minaccia a un altro caposaldo del racconto vittimistico, quello per cui tutte o la maggior parte delle differenze fra maschi e femmine sarebbero socialmente costruite, frutto di stereotipi imposti da una millenaria cultura patriarcale, e dunque da sradicare, con le buone o con le cattive.

E’ questo, di tutta la vicenda, il lato più inquietante, nel caso Barbero come in tanti casi simili: i depositari del Bene si sentono in diritto, in nome della loro concezione del bene stesso, di punire, emarginare, licenziare qualcuno non solo per quel che dice, ma per quel che loro hanno capito di quel che ha detto.

Caro Troisi, quanto ci manchi!

 Pubblicato su Il Messaggero del 23 ottobre 2021




La messinscena delle donne du du du su Barbero e Cuzzocrea in cerca di guai

Idea per una scuola segregazionista: dividere i bambini dalle bambine secondo le ambizioni degli uni e delle altre; non «vuoi studiare matematica o fare la ballerina sulle punte», ma: da grande vuoi essere Alessandro Barbero o Annalisa Cuzzocrea?

Alessandro Barbero è uno storico. Fino a qualche mese fa ne sentivo parlare solo da gente che si sdilinquiva: amiche e amici pazzi di lui, che andavano a correre apposta per ascoltare i suoi podcast, gente che gli voleva produrre documentari serie filmini delle sue feste di compleanno. Barbero era il Baricco di questo secolo. Baricco era più figo, ma questo è un secolo troppo impegnato a indignarsi per arraparsi. Barbero l’ha capito – che ci piace indignarci – e quindi ha iniziato a darci, con scientifica costanza, opinioni che non ci piacessero. Su un po’ tutto, dalla pandemia alle – santo cielo – donne.

Accade che ieri Barbero venga intervistato dalla Stampa sul tema – santo cielo – delle donne. Giacché egli terrà a Torino un ciclo di conferenze su tre – santo cielo – donne. «Donne nella storia: il coraggio di rompere le regole». Né lui né l’intervistatrice dicono «ma vi pare che ancora dobbiamo dire se qualcuno che ha fatto qualcosa è uomo o donna, e se è donna è una notizia un titolo un tema di cicli di conferenze? Ma un progresso non lo facciamo mai? Sempre a dire “ci vorrebbe una donna” invece che “ci vorrebbe qualcuno di capace” siamo? Sempre attaccate alla vagina stiamo?» – d’altra parte la rivoluzione non la fa chi la dovrebbe fare, perché mai dovremmo aspettarci che la facessero le interviste.




Il vuoto antifascista

Estromessi dalle decisioni che contano, ora i partiti (e le tv) ci faranno assistere a una lunga sceneggiata sullo scioglimento di Forza Nuova. Qualcuno dirà che in Italia c’è un pericoloso ritorno (anzi “rigurgito”) di impulsi fascisti, e che la Repubblica è in pericolo. Dunque, visto che la Magistratura non ha mai ritenuto di intervenire, si muova il Governo, e il Parlamento approvi la sacrosanta messa al bando di questo sciagurato partito. Il tutto sarà accompagnato, fin da stamattina, da chiassose adunate antifasciste, in difesa della Cgil, della Repubblica, della democrazia. Immancabilmente, assisteremo anche, sulla carta stampata, a una sfilata di riflessioni di pensatori, studiosi, intellettuali, che – con fare pensoso – si diranno “molto preoccupati” del pericolo fascista.

A me tutto ciò ricorda, irresistibilmente, la figura di Hiroo Onoda e dei suoi commilitoni nipponici, inviati nelle Filippine nel 1944 per ostacolare l’avanzata degli americani. Istruiti a non arrendersi, a costo della propria vita, si rifugiarono nella giungla e non vollero mai credere che la seconda guerra mondiale fosse finita. L’ultimo dei tre si arrese (all’evidenza, non al nemico), solo nel 1974, ovvero quando la guerra era finita da 29 anni.

I nostri guerriglieri antifascisti, che peraltro la loro guerra – a differenza dei giapponesi – l’hanno vinta (sia pure per interposta persona, ossia grazie ai partigiani loro padri e nonni) sono ancora più lenti: a loro di anni non ne sono bastati 76 (dal 1945 al 2021) per accorgersi che il fascismo è stato sconfitto, seppellito dalla storia, e oggi non ha nessuna possibilità di tornare né nella forma classica, né in forme più moderne.

Ma allora perché, quando li si avverte che la guerra è finita, non ci vogliono credere?

Potrei rispondere, sbrigativamente: perché non hanno idee, ed è più comodo accanirsi contro un bersaglio fantomatico (e indifendibile) come il fascismo, che sostenere un confronto ad armi pari. Lo ha segnalato lucidamente il filosofo Alain Finkielkraut qualche anno fa, quando notava che le ideologie anti-qualcosa (come anti-razzismo e anti-fascismo) truccano il gioco politico: se ti autodefinisci anti-razzista, implicitamente dai del razzista al tuo avversario politico. La stessa cosa accade con l’anti-fascismo: autodefinirsi antifascisti equivale a dare del fascista a chi non la pensa come te.

C’è però anche un altro meccanismo che presiede all’ammucchiata antifascista, e intorbida non solo la competizione politica ma la stessa vita sociale. Questo meccanismo, codificato da Umberto Eco in una celebre conferenza del 1995 (Il fascismo eterno), è quello di ridefinire il concetto di fascismo in modo così lato da renderne eterna (e aggiungo io, ubiqua) la presenza sulla scena del mondo. Diventano così segni e manifestazione del fascismo anche tratti come il tradizionalismo, la critica della modernità (ma Marinetti non esaltava la macchina e la velocità?), la paura del diverso, le frustrazioni delle classi medie, l’esaltazione della volontà popolare, il patriottismo, e persino l’uso di una lingua elementare e semplificante.

Ed è interessante che a questo meccanismo di allargamento (e annacquamento) del concetto di fascismo, molto diffuso fra gli intellettuali, si sia accompagnato – specialmente dopo il ‘68 – un analogo meccanismo nell’uso del linguaggio comune, per cui l’epiteto ‘fascista’ è appioppato a qualsiasi discorso, atteggiamento o comportamento considerato sbagliato, inaccettabile, o semplicemente molto negativo.

Ecco perché, nell’anno di grazia 2021, l’antifascismo è diventato una categoria vuota, o tutt’al più pericolosa.

Vuota perché la guerra è finita, il fascismo è stato sconfitto, e non c’è nessuna possibilità che risorga, quali che siano le decisioni che verranno prese nei confronti dei numerosi gruppuscoli di destra e di sinistra che, con la complice indulgenza dello Stato democratico, da anni ricorrono sistematicamente alla violenza.

Pericolosa perché, quando qualsiasi manifestazione del pensiero che si allontani dall’ortodossia progressista viene bollata come fascismo, di fatto si esercita una indebita prepotenza verso chi la pensa diversamente. Con tanti saluti al pluralismo e alla libertà, di cui ci si proclama paladini.

 Pubblicato su Il Messaggero del 16 ottobre 2021




I venti motivi per dire no alla riforma del catasto

Casa, i rischi della riforma del catasto:

1. Il 94% dei proprietari di immobili ha un reddito compreso tra 0–55 mila euro. Circa il 23% ha un reddito non superiore a 10.000 euro; quasi il 45% ha un reddito compreso tra 10–26 mila; il 26% si colloca nella fascia 26–55 mila.
Solo il 6% dei contribuenti proprietari immobiliari ha un reddito superiore a 55 mila euro.

2. Qualsiasi intervento sul catasto affidato al Governo richiede innanzitutto criteri direttivi precisi e trasparenti. Diversamente il rischio è di creare un sistema privo di bilanciamento dei poteri, nel quale l’Agenzia delle Entrate è, a un tempo, legislatore, giudice e gabelliere. Occorre poi sempre un confronto con la categoria dei proprietari immobiliari. Tutto questo non si è fatto e quindi qualsiasi eventuale riforma sarebbe inaccettabile.

3. La Commissione Europea ha mandato (prima della pandemia) due inviti al Governo italiano: 1. aggiornare gli estimi catastali, precisando espressamente che ciò serve a reperire risorse e quindi ad aumentare la tassazione sugli immobili;  2.  reintrodurre l’Imu sulla prima casa.
Il mandato è innanzitutto di tassare di più la casa. Se riesce questo obiettivo, l’altro seguirà a ruota: incombe dunque l’Imu anche sulle prime case.

4. Il Governo obietta che la riforma ha solo lo scopo di fare una fotografia dell’esistente con riferimento ai valori patrimoniali e reddituali di mercato. Ciò suscita seri dubbi, soprattutto perché i valori catastali hanno la funzione di comparare tra di loro immobili diversi, situati in zone diverse del Paese, valutandoli con parametri uguali, e non di intercettare valori di mercato per ciò stesso sempre mutevoli e incerti. Perché dunque inserirli nel catasto? Non solo, se così fosse l’operazione violerebbe la riservatezza dei proprietari sciorinando in pubblico l’ammontare del loro patrimonio, che costituisce dato personale sensibile, e sottoponendoli al rischio di ricatti, rapine etc. Inoltre questa riforma è molto costosa: non avrebbe senso realizzarla solo per dare una informazione ai cittadini sui valori patrimoniali e reddituali del mercato già oggi rilevati e gratuitamente resi pubblici dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare. Il riclassamento è quindi chiaramente preordinato all’aumento della imposta. I dubbi sulle reali intenzioni del Governo sono fondati, sia per la equivocità di alcuni passaggi della delega fiscale, sia, soprattutto, perché la raccomandazione dell’Unione Europea di rivedere gli estimi si accompagna espressamente con la richiesta di aumentare la tassazione sugli immobili.

5. L’UE non ha competenza in materia di politiche fiscali interne, affermare: “lo chiede l’Europa” dimostra sudditanza di una certa classe politica verso i diktat della burocrazia di Bruxelles, che rappresenta interessi che non sono quelli dei risparmiatori italiani.

6. L’imposizione fiscale sugli immobili è in Italia già oggi superiore alla media dei Paesi Ocse: 6.1% contro una media Ocse del 5.5%. È quasi il triplo di altri Paesi europei come Svezia (2.2%) e Germania (2.7%). La imposizione complessiva è in Italia del 42.3% contro una media dei Paesi Ocse pari al 35.5%.

7. L’investimento in beni immobili è attualmente più tassato degli equivalenti investimenti in beni mobili: un appartamento a Milano di 100 mq., con un valore di mercato stimato dalla Agenzia delle Entrate di 391.800 euro, un valore catastale attuale di 142.900 euro, paga di Imu 1629 euro. Investendo 391.800 euro con un investimento mobiliare in un deposito regolamentato, si paga di imposta di bollo soltanto 784 euro, la casa paga dunque il 108% in più. A Roma va ancora peggio con una differenza del 264%, a Napoli la differenza è di 154%, a Bari del 299%, a Firenze del 142%, a Genova del 255%.

8. A seguito della contrazione del PIL causata dalla pandemia la pressione fiscale ha raggiunto in Italia nel 2020 la cifra record del 52%, nello stesso anno è continuata la riduzione dei redditi delle famiglie e in misura maggiore la loro capacità di acquisto, di conseguenza sono calati i consumi. Pensare, anche se in prospettiva, di aumentare l’imposizione fiscale sulla casa, a cui è verosimilmente finalizzata l’introduzione di superiori valori di mercato, significa non avere il senso di ciò che serve per rilanciare il Paese.

9. Uno studio di Surico e Trezzi, pubblicato nel 2019, ha dimostrato che l’introduzione dell’Imu, con un aumento del gettito dagli immobili residenziali di 14 miliardi di euro, ha portato un calo consistente e molto significativo della spesa delle famiglie a causa delle maggiori imposte pagate sull’abitazione principale. Le imposte pagate su altri immobili residenziali hanno determinato una diminuzione più ridotta dei consumi, ma comunque in grado di colpire i mercati degli altri beni durevoli. In conclusione: qualsiasi tipo di patrimoniale più o meno mascherata frenerebbe un rilancio dell’economia.

10. L’OECD, in un recente e autorevole studio realizzato nel 2018, ha sostenuto che ci sono argomenti per introdurre un’imposta sul patrimonio “solo in quei Paesi con un medio-basso livello di imposte sul reddito e un livello medio-basso di imposte sui trasferimenti di ricchezza. Non è economicamente sostenibile che si aumenti in modo indiscriminato una delle due quando l’altra è alta”.

11. Aumentare l’imposizione sulle case deprime i consumi perché toglie reddito disponibile ai privati, deprezza il valore degli immobili e impoverisce gli italiani, svaluta il valore delle garanzie bancarie, favorisce la fuga dei risparmi verso i paradisi fiscali.

12. Secondo la teoria del ciclo vitale di Modigliani il consumo corrente di un individuo dipende dal valore attuale delle sue risorse vitali, che sono composte dalla ricchezza personale e dai guadagni acquisiti nel corso della vita. Per la teoria del reddito permanente di Friedman, un cambiamento del reddito corrente che altera la ricchezza posseduta influenza in negativo i consumi.

13. Negli ultimi 10 anni l’incidenza dei costi relativi all’abitazione sulla spesa complessiva delle famiglie è cresciuta in misura sempre più accentuata fino a superare la soglia del 30%. Gli investimenti sugli immobili sono sempre più rischiosi: aumentato rischio morosità, blocco degli sfratti, oscillazione di mercato dei beni immobili, poca competitività rispetto agli investimenti mobiliari.

14. In questo contesto un eventuale aumento della imposizione sulla casa determinerebbe un disinvestimento nel mattone che oggi genera per famiglia una spesa media di 20.000 euro di ristrutturazioni e di 5000 euro di investimenti medi specifici. Ciò comporterebbe una penalizzazione delle piccole imprese artigiane che costituiscono il 68% dei fornitori di servizi di manutenzioni e ristrutturazione. Analoga penalizzazione subirebbero le imprese del commercio e dell’industria che trattano prodotti legati alla casa. Ci sarebbe anche una penalizzazione del decoro del nostro patrimonio immobiliare posto che diminuirebbero drasticamente restauri e manutenzioni secondo una tendenza già oggi in atto: stando infatti ai dati dell’Agenzia delle Entrate, gli immobili ridotti alla condizione di ruderi sono aumentati del 107% dal 2011. Ancora più preoccupante è dunque l’intenzione, dichiarata dal Ministro dell’Economia, di rivedere al ribasso entro pochi anni i bonus fiscali previsti per i vari interventi di miglioramento energetico, sismico ed edilizio.

15. Il catasto italiano è tradizionalmente un catasto reddituale che solo con i decreti del 1990/91 è stato surrettiziamente trasformato in patrimoniale attraverso un sistema di moltiplicatori che la Corte costituzionale nel 1994 ha sostanzialmente considerato illegittimo e sul quale tuttavia si sono fondate prima l’ICI e poi l’IMU. L’IMU non colpisce il reddito prodotto, ma il patrimonio posseduto. Si ha così il paradosso di un immobile sfitto che non produce reddito per il suo proprietario ma che essendo di pregio paga cifre elevate, senza che il proprietario abbia necessariamente una adeguata capacità contributiva. Ciò viola l’art. 53 della Costituzione.

16. Non è vero che una riforma degli estimi catastali è necessaria per ragioni di equità, per trasformare cioè in signorile “l’attico di piazza Navona” accatastato come popolare: con la legge 311/2004 si era già prevista la possibilità dei Comuni di collaborare con la Agenzia del Territorio per rivedere il classamento degli immobili. Le amministrazioni delle principali città italiane hanno già provveduto: a Milano a ben 30.000 immobili è stata attribuita una nuova rendita catastale, con un aumento medio del 46% e un incremento complessivo della rendita di circa 44 milioni di euro. Nel triennio 2005-2007 il comune di Genova ha inviato 80.000 avvisi bonari ai proprietari di immobili considerati da regolarizzare. Il Comune di Roma nello stesso periodo ha ridotto di 20.000 unità gli immobili di categoria popolare, incrementando di 30.000 unità le abitazioni di categoria civile. Nella sola città di Roma vi è stato un aumento della rendita catastale per 123 milioni di euro.
La prima operazione di riclassamento si è conclusa nel 2015 interessando più di 418.118 immobili, un aumento della rendita catastale di 363 milioni di euro, e un valore imponibile di ben 61 miliardi di euro (applicando il coefficiente 160). Nelle grandi città è stato coinvolto in media il 40% del patrimonio immobiliare privato. Le norme sono ancora in vigore e permettono ai comuni di sanare le posizioni sfuggite o determinatesi dopo il 2015.

17. Non è vero che una riforma degli estimi catastali serve per evitare che alcuni immobili sfuggano al catasto: se si decide di “rivedere” le rendite, significa che le rendite erano già state in precedenza “viste”, si tratta dunque di immobili già ben noti al fisco. Per contrastare l’evasione si utilizzino droni e satelliti altrimenti, dopo gli aumenti degli estimi, le case ignote al fisco continueranno a rimanere tali.

18. Un aumento significativo della imposizione sui patrimoni, causata da una rivalutazione delle rendite equiparate a valori di mercato, sarebbe incostituzionale perché violerebbe l’art. 47, comma 1 della Costituzione che incoraggia e tutela il risparmio. L’aumento della imposizione non solo deprezzerebbe per sé gli immobili, spingerebbe inoltre alla loro alienazione, determinando così una ulteriore svalutazione del patrimonio nazionale, ovvero della massa di risparmio investita negli immobili. Violerebbe altresì il comma 2 del medesimo articolo ove si protegge specificatamente il risparmio per l’acquisto dell’abitazione. Sarebbe iniquo perché, come già chiariva Einaudi, si tasserebbe due volte posto che si colpisce il risparmio che era già stato tassato al momento della sua produzione. Sarebbe iniquo perché prescinderebbe dalla capacità contributiva. Sarebbe altresì iniquo perché tartasserebbe specificamente i proprietari già penalizzati dal blocco degli sfratti in un momento di crisi che ha toccato tutte le famiglie. Sarebbe inoltre iniquo perché inciderebbe sul reddito Isee pur non essendo indice di reddito disponibile, facendo perdere a molte famiglie l’accesso gratuito agli asili nido, alle prestazioni sanitarie, all’università. Sarebbe infine iniquo perché colpirebbe le successioni penalizzando ancora una volta eredi che non abbiano un reddito sufficiente per pagare imposte cospicue, venendo costretti a svendere, magari a grandi fondi di investimento internazionali, gli immobili ereditati.

19. La Corte Costituzionale ha più volte evidenziato la natura del diritto alla abitazione come diritto funzionale in quanto strettamente collegato alla dignità umana e alla sfera personalissima (sentenze 217 e 404 del 1998 ove il diritto all’abitazione viene configurato come diritto primario, rientrando tra gli elementi caratterizzanti della socialità cui si conforma lo Stato democratico). Comprimere questo diritto, rendendolo  particolarmente oneroso con un aumento dell’imposizione, è incostituzionale.

20. La vera riforma è recuperare la funzione inventariale del catasto per avere una fotografia reale degli immobili esistenti, della loro consistenza e conformazione anche al fine di una gestione del territorio attenta alla sostenibilità ambientale.

DOCUMENTO DI LETTERA 150 a cura di:
Alberto Lusiani, ricercatore Scuola Normale Superiore, Pisa
Francesco Manfredi, professore ordinario, dipartimento di Economia, Lum, Bari
Giuseppe Valditara, professore ordinario, dipartimento di Giurisprudenza, Torino
Claudio Zucchelli, presidente aggiunto onorario, Consiglio di Stato

 Pubblicato su Libero del 13 ottobre 2021




Epidemia, il paradosso novax

La sensazione che, sul fronte dell’epidemia, le cose stiano andando piuttosto bene si sta facendo sempre più strada un po’ a tutti i livelli: i media rassicurano, il Comitato tecnico-scientifico autorizza un allentamento delle restrizioni, i politici fanno a gara per intestarsi il merito del ritorno alla normalità, la gente spera.

È fondato questo clima di cauto ottimismo?

Per molti versi sì. A certificarlo nel modo più chiaro sono i dati della mortalità per abitante, che in Italia è minore che in Spagna, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Israele. In Europa, fra i grandi paesi, solo la Germania è riuscita ad abbattere la mortalità quanto l’Italia, e solo la Polonia ha fatto meglio di noi. E fra i paesi europei di medie dimensioni, colpiscono i drammi della Bulgaria e della Romania, in cui la mortalità per abitante è quasi 20 volte quella dell’Italia (è come se noi, oggi, avessimo 1000 morti al giorno, anziché 50).

Perché in Italia, questa volta, le cose vanno meglio che nella maggior parte degli altri paesi?

Le ragioni, a mio parere, sono essenzialmente due.

La prima – la chiamerò “effetto Figliuolo” – è che l’Italia, anche grazie allo scarso peso della popolazione under 12, è riuscita a vaccinare una quota molto elevata della popolazione. Come sarebbero andate le cose senza la vaccinazione di massa, lo rivelano indirettamente i due paesi più disastrati d’Europa, ossia Bulgaria e Romania, che hanno vaccinato pochissimo (20-30%) e sono alle prese con una mortalità spaventosa.

La seconda ragione – la chiamerò sarcasticamente “effetto Arcuri” – è che l’Italia ha vaccinato tardi, e quindi non fa ancora i conti con il problema che affligge i paesi virtuosi come Israele, Stati Uniti, Regno Unito, che proprio per aver vaccinato massicciamente fin da dicembre sono ora alle prese con la riduzione dell’efficacia dei vaccini, e sono costretti a ricorrere affannosamente alla terza dose.

Fin qui tutto bene. Purtroppo non è tutto, però. Ci sono anche ombre, che sarebbe rischioso nascondere o ignorare.

Molti credono che, grazie al vaccino, ora non abbiamo più 800 morti al giorno, ma ne abbiamo poche decine; oggi non abbiamo 4000 persone in terapia intensiva ma “solo” 400. Questo ragionamento, però, è farlocco. Il fatto che sia ripetuto centinaia di volte al giorno in quasi tutti i giornali e in quasi tutte le tv non cambia la sua erroneità. I confronti nel tempo si devono fare a parità di stagione, perché le condizioni climatiche e le connesse abitudini di vita (al chiuso o all’aperto) hanno un enorme impatto sull’epidemia. Per dire se oggi stiamo meglio o peggio di ieri dobbiamo confrontare gli stessi periodi dell’anno.

Ebbene, facciamolo. Come stanno andando le cose, in questo scorcio di inizio d’autunno, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso? La risposta è, purtroppo, che le cose vanno un pochino peggio, perché – rispetto a 12 mesi fa – abbiamo circa il doppio dei morti e dei contagiati. E questo nonostante il vaccino, nonostante il Green Pass.

Come è possibile?

Semplice: la variante delta, che ha un tasso di riproduzione (R0) molto più alto di quello della variante prevalente all’esordio dell’epidemia, ha un impatto sulla diffusione del virus che controbilancia l’impatto del vaccino sulla letalità. Un anno fa non avevamo il vaccino, ma avevamo una variante relativamente mite (simile a quella di Wuhan), oggi abbiamo il vaccino ma abbiamo la variante delta. Queste due forze tendono ad elidersi, facendo sì che la situazione attuale non sia radicalmente migliore di quella di un anno fa. E l’approssimarsi della stagione fredda, con temperature più basse e ritorno alla vita al chiuso, annuncia un ulteriore aumento dei rischi di contagio.

Siamo nei guai, dunque?

Non è detto, perché rispetto a un anno fa c’è una differenza importante: per ora il valore di Rt resta al di sotto di 1 (il valore critico, al di sopra del quale l’epidemia riparte), mentre 12 mesi fa era circa 1.5, un valore catastrofico che per circa 4 mesi (da metà luglio a metà novembre 2020) non è mai rientrato al di sotto del livello di guardia. E’ verosimile che questa differenza abbia a che fare con il Green Pass, che costringe milioni di non vaccinati a un continuo, asfissiante (ma utile) automonitoraggio mediante i tamponi.

Da questo punto di vista, è preoccupante la tempistica della rivolta contro il Green Pass in atto in questi giorni, in particolare a Roma e Milano. Quella rivolta è certamente stata aizzata e strumentalizzata da forze eversive, ma trova alimento in una preoccupazione molto concreta dei lavoratori che non intendono vaccinarsi: dal 15 ottobre, se non mi vaccino perdo lo stipendio, o sono costretto a tamponarmi (a spese mie) per 2-3 volte la settimana. Il problema è che non stiamo parlando di una piccola minoranza di irriducibili ma di qualche milione di persone, la cui assenza dal lavoro può avere effetti economici devastanti, specie nelle piccole imprese. E questo proprio nel momento in cui, per evitare che l’autunno riaccenda l’epidemia, avremmo bisogno di un rigoroso rispetto delle misure di contenimento del contagio.

Che farà il governo?

Non avendo fatto quel che, da mesi, avrebbe dovuto fare, ossia (almeno) mettere in sicurezza gli ambienti chiusi mediante dispositivi di ricambio dell’aria, temo che finirà per navigare a vista. La prima mossa è stata disattendere le indicazioni del Comitato tecnico-scientifico sulle capienze massime di stadi, cinema, teatri, discoteche eccetera, con l’obiettivo di fornire un ulteriore stimolo all’economia. La seconda potrebbe essere il varo di qualche concessione a chi non vuole vaccinarsi, tipo allungare da 48 a 72 ore la validità dei tamponi, o renderli gratuiti, o introdurre deroghe ai protocolli aziendali, che già ora stanno creando seri inconvenienti burocratici alle imprese, con tanti saluti alle promesse di semplificazione e di alleggerimento del carico degli adempimenti.

E la terza mossa?

Dipenderà dall’andamento dell’epidemia. Se l’epidemia non dovesse rialzare la testa, o lo facesse senza intasare gli ospedali, lo scenario più probabile è quello di una conferma della linea aperturista attuale. Se invece il numero di morti dovesse tornare a livelli preoccupanti, dovrà affrontare il dilemma: chiudere di nuovo, o usare l’emergenza sanitaria per imporre l’obbligo vaccinale.

E’ il paradosso delle manifestazioni di questi giorni: più, in nome della libertà, si rafforza l’opposizione ai vaccini e al Green Pass, più è probabile che, con il varo dell’obbligo, la nostra libertà si restringa ancora di più.

 Pubblicato su Il Messaggero dell’11 ottobre 2021